Afghanistan: dove le donne muoiono

14 giugno 2014

Sabato 14 giugno si celebra l'undicesima Giornata Mondiale del Donatore di Sangue. Il tema scelto per l'edizione di quest'anno è "Sangue sicuro per salvare le madri". L’obiettivo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di garantire, in tutti i Paesi del Mondo, l’accesso alle cure trasfusionali per prevenire i decessi causati dalle emorragie legate alla gravidanza e al parto.

I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità rivelano una situazione agghiacciante: ogni giorno circa 800 donne nel Mondo muoiono per cause prevenibili legate alla gravidanza e al parto. Nel 2013, 289. 000 donne sono morte durante e dopo la gravidanza e il parto. Quasi tutte le morti materne (99%) si verificano in paesi in via di sviluppo e più della metà di questi decessi si verifica nell'Africa sub -sahariana e quasi un terzo si verificano in Asia meridionale. Le principali complicanze, che rappresentano l'80 % di tutte le morti materne, sono l’emorragia grave dopo il parto, le infezioni  dopo il parto, l’alta pressione sanguigna durante la gravidanza e gli aborti condotti senza assistenza medico - sanitaria. Il resto dei decessi sono causati da malattie come la malaria e l'AIDS durante la gravidanza.

Rita Cerri, è ginecologa-ostetrica di Empoli, esercita la professione medica da trent’anni e  nel 2007 e 2008 è stata ad Anabah, nel Panshir, regione del nord dell’Afghanistan nell’unico ospedale di Emergency che ha un reparto di maternità. Emergency in Afghanistan ha tre ospedali e fornisce assistenza medica di qualità, gratuitamente. Nel Paese la sanità non è pubblica ma a pagamento. Rita è partita per fornire assistenza ginecologica alle donne. 

Rita, cosa l’ha spinto ad affrontare quest’esperienza?
I miei principi e valori mi hanno spinto ad andare in quel Paese per essere come donna medico vicino ad altre donne. E’ stata un’ esperienza che mi ha fatto capire come a tutte le latitudini le aspettative e le speranze sono uguali. La capacità di accoglienza di quel popolo, verso chi viene da fuori, è straordinaria.

Che situazione ha trovato al suo arrivo?
E’ un Paese molto povero, disastrato dai conflitti, in particolare nella zona dove sono stata, roccaforte dei talebani. Per giungere ad Anabah c’è un'unica apertura, molto stretta. Bastavano due carri armati di traverso che l’intera vallata diveniva inaccessibile. E’ per questo che è stata lungamente isolata e inespugnabile.  Le donne, in quelle aree rurali, hanno un destino che è segnato dalla nascita ed è quello biologico, non ve ne sono altri. Ma sono donne molto coraggiose che lottano strenuamente per conquistare i loro diritti. La malnutrizione cronica, le parassitosi provocate dell’acqua inquinata e le malattie infettive minano la loro salute, rendendole sempre più deboli ad ogni gravidanza. Non c’è assistenza medica e qualunque minima complicazione, legata alla gravidanza e al parto, le porta alla morte.

Anche in Italia, decenni fa, le donne morivano di parto. Cosa ha fatto la differenza?
L’accesso alle cure mediche, ai farmaci e la possibilità di fare ecografie hanno rappresentato un grande punto di svolta per prevenire le morti delle partorienti. Oggi diamo tutto per scontato, c’è un efficiente percorso ospedalizzato, i farmaci, gli strumenti diagnostici, le sacche di sangue non mancano. Ma in Afghanistan è tutto diverso….mi scusi mi commuovo ancora a pensarci.
Lì le donne che non riescono ad accedere ai punti di primo soccorso di Emergency o che non riuscivano ad arrivare all’Ospedale di Anabah, spesso morivano dissanguate, e con loro, i bambini che avevano in grembo. 

Come venivano gestite le scorte di sangue e di farmaci in ospedale?
Le cure negli ospedali di Emergency sono gratuite, l’unica cosa che veniva chiesto ai parenti dei ricoverati era di fare una donazione di sangue. Per il resto, è un Paese che dipende interamente per gli approvvigionamenti dall’estero.

Come medico e come donna, da dove inizierebbe per promuovere e sostenere la salute delle donne in quella realtà?
Organizzerei un servizio territoriale ostetrico diffuso per fare educazione sessuale e contraccettiva che consenta alle donne di diluire nel tempo le gravidanze.  E’ un Paese dove l’aspettativa di vita di una donna è di 44 anni, contro gli 85 delle donne italiane.
Poi, occorrerebbe intervenire sul lavoro, il benessere sociale e i diritti umani. Se ci ripenso…mi vengono alla mente i forti contrasti di quel Paese. Le donne muoiono di fame, ma ci sono antenne satellitari ovunque.

(Viviana Bossi)

 


 
 
   
      
   

 

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